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Così le banche soffocano l'impresa
01/12/2008
In altri tempi si chiamava stretta creditizia. Ma in realtà, a stare alle definizioni, il "credit crunch" è qualcosa di più drastico: un improvviso crollo nella disponibilità del credito dovuta a fattori straordinari e alla necessità degli istituti di credito di salvare se stessi. 
L'ultimo e più importante credit crunch che la storia economica ricordi fu proprio alla vigilia del crollo di Borsa del 1929, quando, all'improvviso, le banche ritirarono dal mercato 18 mila milioni di dollari, cancellando aperture di credito e chiedendo rientri dei fidi, innescando un'altra mina nel disastro incombente sull'economia mondiale.A settembre scorso, quando il mercato del credito sembrava essersi paralizzato sull'onda della crisi dei subprime, la Banca d'Italia, attraverso le sue sedi regionali sparse in tutta Italia, ha avviato un'indagine tra le piccole aziende (non piccolissime) per sapere se davvero fosse in atto un credit crunch e chiedendo se stessero cambiando le condizioni del credito. Dal ricco Nordest fino alla Campania, la risposta è stata univoca. Più che un razionamento, è in atto uno strisciante peggioramento della situazione che non si trasforma, per ora, in dramma, solo perché gli investimenti e quindi una potenziale domanda di credito, sono sparita dal mercato. E se si vanno a sentire le aziende il risultato è lo stesso: da Nord a Sud un lungo e lento serpentone fatto di concessioni del credito più restrittive, inasprimento delle garanzie a copertura del rischio, rifiuto di nuovi affidamenti, soprattutto a lungo termine, aumento degli spread e del costo, sta strisciando nell'economia italiana minacciando di avvelenare con i suoi morsi la già provata situazione dell'industria. 
Un'indagine condotta pochi giorni fa dalla Confindustria di Padova su 305 aziende dice che secondo l'opinione di due terzi degli imprenditori è in atto una stretta, e un terzo fra loro la hanno avvertita nelle loro imprese. Sotto accusa, non c'è, per gli imprenditori solo la crisi dei subprime o la scarsa liquidità del sistema bancario, ma anche l'entrata in vigore di Basilea 2 che pesa soprattutto sulle piccole imprese. Un quarto delle aziende non ha ottenuto i fidi richiesti, uno su dieci ci ha rinunciato perché le condizioni proposte erano troppo onerose, nonostante i ribassi recenti dei tassi, mentre al 15% delle aziende è stato chiesto di rientrare sui prestiti. "Va bene dare liquidità alle banche e salvarle, basta però che ridiano credito alle imprese e non ci tocchi scoprire salvataggi di finanzieri alla Zaleski" sbotta Francesco Peghin, presidente dei padovani. "Ci eravamo abituati a pagare poco con l'Euribor basso perché le banche facevano i risultati in altro modo, adesso gli spread sono aumentati e le istruttorie sono più lunghe. Può essere che gli investimenti siano in calo, ma le imprese non possono bloccarsi né sotto questo punto di vista né possono fare a meno del sostegno delle banche in un momento in cui i margini solo in calo e i fabbisogni finanziari aumentano" dice Alessandro Vardanega, presidente dei trevigiani che per primo ha lanciato l'allarme e da allora ha tenuto un vertice dietro l'altro con banchieri. Ma la situazione è molto diversa tra Nord e Sud, tra grandimedi e piccoli, perfino da azienda a azienda. Le medie in realtà soffrono ma contrattano. "Più che il credito in assoluto, manca il credito per lo sviluppo" dice Mario Carraro, presidente della Carraro, un miliardo di fatturato. E Andrea Tomat, presidente di Stonefly sostiene che al desiderio di riposizionarsi delle banche si è anche aggiunto l'effetto delle fusioni che ha costretto le imprese a rinegoziare le linee di credito. "Certo è una trattativa continua". 
Ma la stretta colpisce soprattutto le piccole sia in maniera diretta, sia come effetto della stretta sui più grandi. Al telefono verde anticrisi della Cna fiorentina, 11.000 aziende associate, sono arrivate all'inizio 13-14 richieste di aiuto al giorno, e gli artigiani dicono che un imprenditore su cinque ha ricevuto rifiuti di affidamenti. La Confidi della Lombardia è tempestata dalle richieste di intervento che si sono m moltiplicate negli ultimi mesi. E tutti lamentano un rallentamento delle istruttorie, anche se assistite da garanzie reali, allungamento dei tempi per avere i mutui perché la firma è stata avocata dalle direzione centrali, irrigidimenti sul leasing. Nel Piemonte dove " non possiamo parlare di una vera e propria emergenza generalizzata, ma solo di qualche difficoltà" come dice il Gianfranco Carbonato, presidente dell'Unione industriali torinesi, per i piccoli, invece, la situazione è diversa: secondo un'indagine dell'Api, il 39% degli imprenditori denuncia il rifiuto di nuovi affidamenti, e uno su cinque dice che quando si riescono ad ottenere vengono in realtà dati con un ammontare ridotto rispetto alle aspettative. 
Un mondo industriale, fatto per lo più di piccole aziende, legate spesso a gruppi, grandi e medi, in una rete che cementa terzisti, fornitori in filiere che nel tempo si sono strutturate per produrre, teme che la catena si rompa se troppi anelli vanno in difficoltà. La scomparsa di qualcuno, alla fine, danneggia tutti. "Ormai dice Antonio Favrin, presidente degli industriali veneziani e del Consorzio Neafidi, che opera in cinque provincie venete non si può fare più distinzioni, siamo tutti nella stessa barca". E nella barca si deve fare i conti non solo con le banche che lesinano il credito ma con tutti coloro, a partire soprattutto dalla pubblica amministrazione, allungano all'infinito i tempi di pagamento che ormai toccano i 135 giorni contro una media europea di 65. Nel settore privato i pagamenti ritardati o non trovano finanziamenti o costano carissimi "se il cliente non paga entro la data fissata ormai bastano 24 ore e ti ritrovi la fattura sul conto corrente con il rischio di andare fuori fido e di pagare commissioni enormi", dice Erasmo Antro presidente dell'Api di Bari. Se il Nord piange, il Sud non ride, se non con amarezza. "Mi fa sorridere leggere che le aziende del Nord temono la stretta quando noi la combattiamo da anni", dice Antonietta Majellaro presidente della Federlegno pugliese, una Regione dove la scarsità di credito ha accentuato la crisi nell'area del triangolo del salotto. 
Ed è nella tempestività della risposta alla crisi che si sta scavando un nuovo solco tra il Nord industriale, più evoluto da un punto di vista bancario e industriale e più organizzato, e il Sud più debole e con un potere contrattuale delle sue imprese più fragile. Nei territori dove le grandi banche, da Intesa a Unicredit, più colpite dalla crisi, fino al Montepaschi-Antonveneta, facevano a gara per contendersi clienti, quando è arrivata la stretta, molti piccoli industriali, artigiani, commercianti hanno trovato un modo per uscirne rivolgendosi alla fitta rete di banche territoriali, a partire da quelle di Credito cooperativo per arrivare a Casse di risparmio e Popolari, che hanno visto un vero e proprio boom di impieghi e depositi. In alcuni casi la migrazione ha coinvolto anche i quadri che, spaventati dalle possibili conseguenze della crisi dei grandi, sono trasmigrati verso banche più piccole portandosi via i clienti. Un'altra frontiera si è aperta per gli istituti più piccoli per i quali i guadagni in questi anni sono continuati ad arrivare dalla gestione del credito piuttosto che dalla finanza. 
Le associazioni territoriali degli imprenditori e le Regioni più industrializzate hanno fatto a gara per promuovere incontri con i banchieri e trovare soluzioni negli stanziamenti e nel potenziamento dei Consorzi fidi. A Bologna Unindustria ha approvato quattro progetti che mettono a disposizione delle imprese 55 milioni, investendo anche direttamente le rendite finanziarie per abbattere il costo del denaro. A Padova Confindustria e Banca Popolare di garanzia firmeranno un accordo operativo con sette istituti del Veneto per dare ossigeno alle piccole e medie imprese e smobilitare le erogazioni bloccate. A Verona l'associazione guidata da Gianluca Rana ha assunto il ruolo di intermediario con le banche. E le Regioni sono andate dietro stanziando fondi per far fronte all'emergenza per i piccoli. Le associazioni di Venezia e Treviso, che da qualche mese hanno deciso di mettere insieme le loro organizzazioni territoriali, stanno cercando una via per superare i campanilismi e arrivare a un'unione del mondo dei Confidi. "E' il momento che richiede di mettersi intorno ad un tavolo senza se e senza ma" dice Favrin. Il presidente dei veneziani si spinge più in là, a sostenere una sorta di federalismo creditizio che lasci sul territorio le risorse da questo create. "Bisogna mettere in moto un circuito virtuoso che crei consenso su questi obbiettivi sia a livello politico che bancario. Altrimenti si dovranno trovare canali finanziari alternativi che bypassino quelli tradizionali. Il futuro di quest'area lombardo-veneta è troppo importante non solo per l'Italia ma anche per il suo posto in Europa".

Hanno collaborato: Davide Carlucci (Milano), Roberto Orlando (Torino), Luciano Nigro (Bologna), Maurizio Bologni (Firenze), Patrizia Capua (Napoli), Domenico Castellaneta (Bari). 

di Alessandra Carini - Affari&Finanza/La Repubblica

In collaborazione con 
www.analisiaziendale.it
 
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