|
|
 |
Per fare la consulenza bisogna investire |
|
15/12/2008 |
|
La mitica parola è "consulenza". Intorno a questo concetto le banche e le reti di promotori stanno cercando di traghettare faticosamente quel che rimane del risparmio gestito italiano dopo la fuga di massa a partire dal 2006 e che ancora continua divenendo sempre più precipitosa verso la rinascita. Davvero quel che è mancato in questi anni è un consiglio e un aiuto efficace ai risparmiatori. E quelli italiani ne avrebbero avuto e ne hanno davvero bisogno. Fino a un decennio fa solo "popolo dei Bot", le famiglie hanno scoperto in grande ritardo i mercati finanziari e lo hanno fatto perlopiù attraverso i fondi. Ma forse l'atteggiamento dei risparmiatori verso l'investimento azionario od obbligazionario è stato quello di prima: ci si attendevano sempre rendimenti positivi. Così quando, come nel 2000-2002, c'è stato lo sboom della new economy, si sono trovati improvvisamente spiazzati. Tornati dagli sportellisti bancari e dai promotori, sono stati stornati verso i prodotti obbligazionari che sembravano più sicuri e invece anche lì hanno perso per il calo dei tassi tra il 2003 e il 2006. Poi, dal 2007 a oggi, di nuovo sotto la tempesta per chi era rimasto sugli azionari. Impauriti da tutti questi avvenimenti, in particolare dall'ultimo, che ancora dura, i risparmiatori sono stati facili prede delle banche, che li hanno convinti ad andare sulle obbligazioni strutturate e su quelle bancarie. Ma questa è ormai (quasi) storia. La nuova parola d'ordine della consulenza sembra l'unica in grado di dare inizio quando la tempesta sarà passata a una nuova era del risparmio gestito. Finalmente, s'immagina, saranno i consulenti veri e propri e non più i venditori ingordi a guidare i passi dei risparmiatori verso la nuova era del risparmio gestito. Tutto bello, non c'è che dire. Ma solo a parole. Dove sono, infatti, gli investimenti che le banche e le reti di promotori dovrebbero fare nella formazione? "Per fare un uomo", diceva una famosa canzone di Francesco Gucci cantata dai nomadi, "ci voglion vent'anni". Per fare un consulente di certo molti meno. «Ma servono almeno 45 anni, secondo la nostra esperienza dice ad esempio Massimo Fortuzzi, capo del private banking di Merril Lynch in Italia . Un professionista dei servizi finanziari non s'improvvisa». Certo, i private banker hanno a che fare con la clientela ad alto reddito e qui la consulenza è quasi un must. «Ma c'è spazio aggiunge Fortuzzi anche per una consulenza di livello più basso, dedicata alla clientela retail. Purché, ovviamente si facciano degli investimenti adeguati e si metta in conto un certo numero di anni». Ecco, proprio questo è il punto: dove sono gli investimenti che le banche e le reti di promotori fanno in questo campo? Per ora alcune si limitano a fare delle belle campagne pubblicitarie per dire che loro offrono anche la consulenza. Ma non si creano consulenti soltanto annunciandolo. Sarà bene passare prima o poi dalla parole ai fatti.
di Adriano Bonafede - Affari&Finanza/La Repubblica
In collaborazione con www.analisiaziendale.it |
| |
|
|
|
|