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Banche, più patrimonio non fa crescere il credito
28/09/2009
In finanza i tempi sono tutto. Se i Tremonti Bond fossero stati disponibili nell'ottobre del 2008 sarebbero andati a ruba, passato quasi un anno è probabile che le emissioni non saranno più di un terzo dei 12 miliardi di euro disponibili. La ragione è che allora i titoli emessi dalle banche, di qualsiasi natura fossero, non avevano un mercato e il governo avrebbe soddisfatto il bisogno urgente di capitale delle banche sostituendosi temporaneamente ad esso. Oggi invece il mercato sembra pronto a sottoscrivere, e quindi non c'è bisogno, o c'è molto meno bisogno, che il governo lo sostituisca. Si potrebbe dire che stiamo tornando alla normalità: quando un'azienda privata ha bisogno di mezzi è sul mercato che deve trovarli, e se ci riesce è in genere un buon segno. 
Il fatto che servano meno non vuole però dire che i Tremonti Bond siano stati un'insuccesso. Sono uno strumento eccezionale per un momento eccezionale e il loro annuncio ha contribuito a ristabilire un clima di fiducia, mentre la loro emissione da parte degli istituti che ritengono di farlo va a risolvere situazioni che altrimenti sarebbe stato più difficile sanare. Il ministro dell'Economia che si è impegnato a sottoscriverli dovrebbe essere soddisfatto per come sono andate le cose perché l'obiettivo di rafforzare il patrimonio di vigilanza delle banche italiane sta comunque per essere raggiunto, e per di più in gran parte 'fisiologicamente'. 
Se non lo fosse, le ragioni potrebbero essere solo due: la prima è che i Tremonti bond emessi dalle banche e sottoscritti dal Tesoro prevedono una remunerazione assai generosa dell'8,5 annuo, e se i 12 miliardi previsti fossero stati emessi tutti, nelle casse dello Stato sarebbe entrato oltre un miliardo l'anno a fronte di un costo della raccolta di non più di 300 milioni. Se invece di 12 miliardi ne saranno sottoscritti 4, quei 700 milioni di entrate nette si ridurranno a un terzo, mancheranno quindi all'appello oltre 450 milioni che in questi tempi magri a via XX Settembre avrebbero fatto assai comodo. 
La seconda ragione, più maliziosa, è che sottoscrivendo i bond il Tesoro avrebbe messo un piede dentro le banche ed avrebbe potuto condizionarne la gestione, e questo, nelle banche che rinunciano ad emetterli, non avverrà. Se il potere era l'obiettivo, in effetti questo è stato mancato. 
Ma la questione dei Tremonti Bond che il ministro dell'Economia sia soddisfatto o meno di come stanno andando le cose si inserisce in un quadro più ampio che riguarda da una parte il rafforzamento patrimoniale delle banche e dall'altra il flusso di credito che arriva all'economia. Ebbene, una cosa è da chiarire subito: le due cose in questa fase non coincidono. 
Le banche stanno procedendo ad aumenti di capitale, cessione di partecipazioni, emissioni di Tremonti Bond per rafforzarsi in vista di regole internazionali che richiederanno un patrimonio di vigilanza più elevato rispetto ai rischi che hanno in portafoglio. I nuovi mezzi servono ad adeguare il patrimonio all'esposizione che già hanno, quindi semmai a evitare di ridurre il credito piuttosto che a porre le premesse per aumentarlo. Questo lo sanno bene il ministro Tremonti, la Banca d'Italia e i banchieri stessi. L'obiettivo è un patrimonio più forte per aumentare la solidità del sistema e renderlo più affidabile nel caso di crisi future: di questo si sta parlando alla Banca dei Regolamenti Internazionali di Basilea, nel Financial Stability Board, nelle riunioni del G20 e negli altri luoghi deputati. 
Non solo di questo ovviamente, perché tra le cose da mettere a posto ci sono anche ruoli e meccanismi delle autorità di vigilanza, struttura dei compensi dei manager, regolamentazione dei mercati. Le cose tuttavia vanno insieme, tanto che l'amministratore delegato di Unicredit Alessandro Profumo, nella sua qualità di presidente della Federazione Bancaria Europea, ha inviato una lettera a Gordon Brown, che presiede il G20, nella quale sostiene che il rafforzamento della vigilanza renderebbe inutile l'introduzione di nuove norme per l'aumento dei requisiti di capitale delle banche. 
Se la posizione di Profumo venisse accolta, allora sì che i due aspetti della questione, ovvero il rafforzamento patrimoniale delle banche e il flusso dei crediti all'economia tornerebbero a coincidere, perché solo in quel caso i nuovi mezzi che gli istituti stanno accumulando potrebbero consentire l'aumento del credito erogato. Al momento però non è così, e se aumenti di capitale, cessioni di partecipazioni, Tremonti Bond avvicinano la soluzione del primo problema, la stabilità del sistema, lasciano però ancora scoperto il secondo, il credito all'economia. 
Questa è in effetti, ad oggi, la questione più spinosa. L'economia soffre per il crollo della domanda e degli investimenti ma anche, molto, per la difficoltà di accedere al credito. Le banche si difendono affermando che "il cavallo non beve", ovvero che sono le imprese a non chiedere denaro, le imprese sostengono invece il contrario, che loro lo chiedono ma molto spesso non lo ottengono. 
Le banche, bisogna sempre ricordarlo, non prestano denaro proprio ma quello dei risparmiatori, ed è quindi loro preciso dovere essere prudenti e non fare credito a chi non potrebbe restituirlo. E tuttavia, anche tenendo conto di questa precisa e non derogabile responsabilità, non sembra che stiano facendo al meglio il loro mestiere. Il perché lo ha detto il governatore Mario Draghi nelle sue considerazioni finali: in tempi come questi il credito deve essere "intelligente", ovvero non può affidarsi ciecamente ai modelli matematici che selezionano asetticamente i meritevoli e i non meritevoli, ma ci vuole un'aggiunta di giudizio. Ci possono essere due imprese che si presentano con gli stessi parametri e che il modello tratterebbe nello stesso modo, ma delle due, in base alla storia, al settore, alle caratteristiche dell'imprenditore, alla sua organizzazione, una potrebbe essere meritevole di credito e l'altra no. Questa differenza il modello non sa distinguerla. Ed è ciò a cui si riferisce Tremonti quando lancia i suoi strali contro la filosofia McKinsey, facendo riferimento al numero uno dei consulenti mondiali (o forse si riferisce a Corrado Passera e Alessandro Profumo, ambedue ex McKinsey?). 
Il problema è se le banche, dopo aver per anni lavorato per rendere sempre più impersonali e oggettivi i criteri di valutazione del merito di credito, abbiano ancora le professionalità adeguate e se siano in grado di ridare loro rapidamente un ruolo nell'organizzazione. E' questa la sfida di questi mesi e pare che qualcosa nella pancia dei colossi del credito si stia muovendo in questo senso. 
Tuttavia non basta. Se la liquidità che c'è viene destinata dalle banche più ai "trading book" (gli investimenti in titoli, per lo più pubblici) che al "credit book" (gli impieghi alla clientela), c'è una ragione, ed è il terrore di effettuare impieghi che finiscano in sofferenze, le quali a loro volta andrebbero a mangiare il capitale. 
Se così stanno le cose, la strada per fare affluire più denaro all'economia non è dare più soldi alle banche né pensare di decidere al posto loro come impiegarli, ma agire più a valle, trovando il modo di garantire la solvibilità dei creditori. E' una cosa complessa ma già qualche passo è stato fatto. La Cassa Depositi e Prestiti ha messo a disposizione del sistema 8 miliardi di euro, che saranno erogati dalle banche ma che avranno per il 50 per cento la copertura assicurativa della Sace, il che vuol dire che la banca x potrà finanziare con i fondi della Cdp l'azienda y, sapendo che quel credito per metà è assicurato. C'è poi il Fondo Centrale di Garanzia per le piccole e medie imprese, che è stato ricapitalizzato per 2 miliardi e che è garantito dallo stato, ci sono le garanzie dirette della Sace su crediti anche non all'esportazione, le garanzie dei confidi, che a loro volta si possono riassicurare presso il Fondo Centrale di Garanzia e ci sono, infine, i fondi regionali. Tutti strumenti che da un lato garantiscono alle banche in tutto o in parte il rientro del prestito fugando così il terrore delle sofferenze e, dall'altro, consentono di erogare crediti che non incidono sul patrimonio di vigilanza, non rientrano cioè in quel rapporto tra impieghi e mezzi propri che le banche devono rispettare. 
Per aumentare il flusso di credito all'economia è su questi strumenti che il governo, come ha già cominciato a fare, deve lavorare, sulla loro dimensione, efficienza, rapidità ed efficacia. I mezzi di cui le banche hanno bisogno per rafforzarsi li prendano dove li trovano, è meglio per tutti.

di Marco Panara
Affari & Finanza - La Repubblica

In collaborazione con 
www.analisiaziendale.it
 
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